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curiosità & cultura


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Giù tra i libri

Forse cercavi qualcosa di preciso. Ma non te lo ricordi più. E ti ritrovi seduta per terra con la libreria di fronte, spopolata di libri, che ora sono accanto a te, sul pavimento. Perché la ricerca iniziale (che all’inizio ricordavi) ti ha portato a riprendere in mano volumi che non sfogliavi da tempo. E giri pagine, le annusi, spii nelle pieghe istantanee di momenti passati, di quel giorno in cui li hai aperti per la prima volta. E indovini quel che ti ricordi, scopri quello che ti hanno lasciato, emerge quel che ancora hanno da dirti (…te l’avevano mai detto prima?). Ogni tanto manca un micro angolo ad alcune pagine, morsi minuscoli ma intensi, mentre labbra e lingua non hanno lasciato segni. 

Era una ricerca e trovi molto, più di quello per cui hai iniziato. 

…perché ho iniziato? Cosa cercavo?

Non mi interessa più, forse domani. Ora viaggio attraverso paesaggi di parole, disegnano luoghi, verità e magia, ebbri di passione e vita, sguardi e corpi, saziano. Ma anche se sazia, c’è sempre spazio per una ricetta immorale.


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Una festa… sul filo…

Il giorno che i morti persero la strada di casa
Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio. 

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico “Meccano” e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre. 

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo. 

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Andrea Camilleri

(“Racconti quotidiani”)


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Storia di un corpo

Succede così, che magari dopo averti sedotto dallo scaffale, un libro ti lascia sospesa, in attesa che arrivi il suo tempo. Sicuro di sè, ti fa ogni tanto l’occhiolino dalla tua libreria, dove l’hai riposto, perché non eri ancora pronta ma sapevi lo saresti stata.

E poi finalmente la spinta, lo slancio spontaneo e indipendente del braccio che si allunga e decide che è il momento. E tutto il resto si interroga un attimo e dá il benestare: ok, ci siamo, leggiamolo.

Pagina dopo pagina, ancora una pagina… facciamo due, diventa vorace, ti assorbe, ti mastica talvolta. Scopri l’inaspettato, la perfetta sincronia tra te e lui. Ci trovi risposte, riflessi di te, di quel che vivi.

Buffo, assurdo, grottesco, forte e ilare, irriverente e sagace, unico e ricco di richiami. Lui e le sue illustrazioni, pari merito.

Un libro da leggere, da guardare… magari anche da scrivere.


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Pagine nascoste

E poi ti ritrovi a girovagare un’oretta per caso in un paesino dell’Appennino modenese e all’angolo di una viuzza imboccata per la semplice curiosità di vedere dove porta, ti ritrovi in una piccola libreria indipendente che nasconde mondi fantastici! 

Lì, in attesa di te, di qualcuno che segua il profumo fino a quegli scaffali, chicche meravigliose ti corteggiano senza pudore… e tu non puoi dire di no!  🙂


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Cercando…

…ispirazione, senso, direzione. Apro a caso il libricino che è sempre pronto  🙂  e trovo.

“Per entrare nel giardino infinito dovresti diventare pieno di quello che non cerchi ed essere nelle cose che non ti piacciono”

…e scopro che ora emerge un altro significato e sono nel giardino.


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Ballando nudi

Lui è un Nobel per la chimica.

Chimica, capite? Mica….broccoli.

E chimica ne ha avuta molta, con la vita.

Il suo libro autobiografico è interessante, curioso, divertente e anche un po’ irriverente. Proprio bello insomma!

Non vi aspettate di scoprire la formula di chissà quale sostanza… tranne una forse… ma non ve la racconto 😉

“Perché uno squilibrio deve essere un problema, se lo stato naturale delle cose è il cambiamento?”


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Guide

…non tanto per trovare, ma piuttosto per perdere usuali coordinate  😉

Ultimamente mi incuriosiscono atlanti insoliti. 

Buon viaggio!